INTERVISTA A LIRIDONA GIMOLLI IN KOSOVO CON TALETE

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Programma Talete

Il programma TALETE, sviluppato dall’Università di Trento e il Centro per la Cooperazione Internazionale, è un percorso formativo professionalmente qualificante parallelo e complementare alla formazione curricolare orientato con un’apertura alla dimensione internazionale e al mondo della cooperazione.

Anche quest’anno l’Associazione Trentino con i Balcani Onlus sta collaborando alla realizzazione del progetto di tesi di una studentessa di sociologia dell’Università di Trento, all’interno del programma Talete.

Breve presentazione personale

Mi chiamo Liridona Gimolli, sono nata a Podujeva – Kosovo nel 1994 e sono la quarta di cinque figli. Ho vissuto in questa città fino al 2005 e quindi sono stata testimone della guerra in Kosovo. Ho frequentato le elementari a Podujeva, ma nel 2005 attraverso il ricongiungimento familiare, con mia mamma e mio fratello abbiamo raggiunto mio padre a Trento, già in Italia dai primi anni’90. Qui ho concluso il ciclo di studi superiori al liceo socio-psico-pedagogico dove sono entrata in contatto con materie che mi hanno affascinato molto come filosofia, pedagogia e sociologia. Terminato il liceo ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Sociologia perché penso sia quella più rappresentativa per la figura professionale che vorrei diventare.

Perché hai scelto il programma Talete?

La scelta di partecipare a Talete non è stata programmata. Al primo anno del MOVAS sentivo che il percorso di magistrale in servizio sociale riprendeva molto il programma accademico che avevo affrontato in triennale. Nonostante fossi scettica sulle selezioni e i pochi posti disponibili, mi incuriosiva la possibilità di esplorare l’ambito della cooperazione applicato al percorso sociale universitario, rendendo così internazionale il raggio d’azione che, sia in triennale che in magistrale, era focalizzato soprattutto su contesti locali e nazionali. Quindi, oltre alla curiosità per un programma che metteva insieme diverse figure come sociologi, ingegneri, assistenti sociali, ricercatori, permettendo ai partecipanti di conoscere diverse realtà professionali e di imparare a stare in un gruppo così eterogeneo, avevo come obiettivo quello di capire se effettivamente fosse possibile ampliare la mission di un servizio sociale tipico anche a livello internazionale.

Puoi riassumere il tuo progetto di tesi? Qual è l’obiettivo finale?

Il mio progetto di tesi si focalizza sulla parità di genere, anche se sarebbe più corretto dire pari opportunità. Nello specifico, vorrei esplorare la situazione delle donne in Kosovo, che rappresentano circa la metà della popolazione. Ciò che è rilevante è che la quasi totalità delle donne risulta disoccupata, o comunque inoccupata o inattiva, e non è registrata ai centri per l’impiego sul territorio. Il Kosovo ha una popolazione giovanissima (ndr. l’età media nazionale è di 24.5 anni e a livello europeo sono i più giovani) e equamente distribuita tra maschi e femmine, è quindi altamente rischioso e problematico che così tante donne siano inoccupate. La scarsa presenza femminile nel mercato del lavoro fa sì che l’economia funzioni a metà. L’obiettivo quindi è quello di esplorare la condizione della donna in Kosovo, prima com’è percepita dal punto di vista storico culturale e sociale, poi sotto l’aspetto occupazionale, ovvero capire non solo quante sono disoccupate, ma anche quante lavorano, quali sono i loro diritti, se sono rispettati e tutelati, o se subiscono discriminazioni perché donne e madri, vittime di una cultura che tende a vedere la donna come relegata all’interno dell’ambiente domestico.

Obiettivo finale, è mettere in luce il fatto che l’economia di questo Paese, senza la componente femminile, rischia di non funzionare se non incentiva le donne, se non permette che le donne emergano e si emancipino. Senza queste premesse, il Kosovo non riuscirà mai ad essere un Paese realmente democratico con un’economia in crescita. Sono convinta che per essere tale, sia necessario che le componenti femminile e maschile si integrino. Ci sono molte donne che lavorano, ma la percentuale di quelle che sono fuori dal mercato, rinchiuse nei loro ambienti domestici e confinate nei loro ruoli di mogli, madri e figlie, resta molto più elevato rispetto a quelle occupate. Questo è un evidente problema, se un Paese vuole emanciparsi deve vedere la donna non solo nel ruolo sociale e familiare, ma anche valorizzarla come lavoratrice con competenze.

Cos’è che finora ti ha più sorpresa in positivo o in negativo? Puoi farci un esempio di un aspetto che immaginavi diverso da com’è invece nel concreto?

Sorpresa in positivo: da sempre, ma mi ri-sorprendono ogni volta, l’accoglienza e la capacità dei cittadini del mio Paese di farti sentire a casa ovunque tu sia. È incredibile il fatto che nonostante siano privi di alcuni lussi e risorse riescano comunque a trasmetterti benessere interiore, senso di forza, resilienza e rispetto. Questo mi rende fiera del mio popolo e sono molto contenta di aver ereditato questo aspetto. Un’altra caratteristica positiva è la forza della società civile. Di fronte al non intervento governativo e al disinteresse politico, emerge la determinazione del popolo kosovaro nell’attivarsi e trovare alternative. Donne e uomini che anche attraverso fondi di internazionali danno vita a progetti di business, garantendo occupazione ai cittadini nelle zone d’intervento. Sono idee da valorizzare! Immaginiamoci quanto sarebbero ancora più forti e creativi se avessero il supporto istituzionale.

Sorpresa in negativo: confrontandomi con i giovani, ho constatato quanto demoralizzati e demotivati siano verso il futuro, ormai privi di speranze. Uno scenario simile non me lo aspettavo. Quasi tutti alla mia domanda “Cosa faresti per modificare questo posto e per cambiare la tua condizione in questo momento?” rispondono che l’unica soluzione è andarsene. Qualsiasi strategia e soluzione adottata non avrà alcun impatto e le cose non cambieranno. Quindi questo senso di arresa mi ha rattristata. Mi aspettavo più demotivazione da parte degli adulti ma vederlo e sentirlo nei giovani è stato un pugno allo stomaco. Molti sono talentuosi, laureati, competenti che si adoperano per guadagnarsi da vivere. Tuttavia non riescono ad ottenere i risultati voluti (e che meriterebbero). Se loro se ne vanno, il Kosovo rischia di non avere un futuro. Non posso biasimarli, ma spero che riescano a creare alleanze per offrire speranza a questo Paese.

Potendo lavorare al tuo progetto anche con la lingua albanese, hai sicuramente avuto una marcia in più durante gli incontri sul posto. Ci sono tuttavia delle difficoltà che stai incontrando, soprattutto in merito all’argomento della tua ricerca?

Sapere la lingua è un grande vantaggio perché crea quel livello di intimità e fiducia iniziale che denota il successo o meno di un incontro o un’intervista. La lingua però è solo uno dei criteri che può aiutare una ricerca. Nonostante provenga da questo Paese e conosca la lingua, inizialmente ho avuto delle difficoltà nel capire come muovermi. Mi considero una totale straniera dal punto di vista delle questioni politiche, economiche, istituzionali e sociali del Kosovo. Ero focalizzata soprattutto su cosa accadeva in Italia e all’estero, e meno sul Kosovo. Probabilmente era una un mio meccanismo di difesa. Sono stata sempre molto legata alla mia terra e viste le notizie negative che giungevano dal Paese, più rimaneva lontano dalla mente e meglio era. Una delle prime difficoltà incontrate, è stata quella di scrivere in lingua formale. Pur sapendo scrivere e parlare in kosovaro, nello scrivere in lingua formale avevo il timore di fare errori o risultare poco comprensibile. Superato questo, un’altra difficoltà è stata entrare nella forma mentis dei kosovari. Probabilmente sono cresciuta con la mentalità più occidentale, italiana, quindi spesso mi ritrovavo in interviste in cui facevo fatica a spiegarmi e a capire l’altro, il modo in cui ragionava. Si parlava della stessa cosa, ma con approcci totalmente differenti. Inoltre qui sono abituati agli studenti kosovari che vanno all’estero, svolgono ricerche e tornano. Il percorso che ho fatto io, in qualche modo inverso, da kosovara che ritorna nel suo Paese per fare la ricerca di tesi è qualcosa che non colgono. Questo genera diffidenza nei miei confronti. Dopo che spiego il mio progetto continuano di solito ad essere diffidenti. Tendenzialmente a metà incontro succede qualcosa, forse il mio modo di pormi, e piano piano si crea sintonia, cala il velo della diffidenza e capiscono che il mio interesse è solo quello di capire cosa fanno le donne, le loro situazioni e lo stato attuale. Solitamente il colloquio si conclude in un clima amichevole. Questo per quanto positivo fa sì che le informazioni cruciali che ricerco arrivino solo alla fine e magari in modo parziale. Infine, un ulteriore ostacolo, ma che fa parte della ricerca sul campo, è il fatto che il muovermi da sola ha reso la mia presentazione alle figure istituzionali poco incisiva a volte. Il fatto che molti uffici non rispondano alle email fa emergere un disinteresse e una generale chiusura.

Oltre al progetto di tesi, siamo curiosi di sapere le tue impressioni sul Kosovo, e in particolare sull’area di Peja, come giovane kosovara che è cresciuta e vive a Trento.

Difficile rispondere. Il Kosovo è pieno di risorse, talenti, giovani e adulti ma non sa come valorizzarsi. Il fatto che ci sia inefficienza politica, che la maggior parte dei kosovari sia all’estero e che la quasi totalità dei giovani voglia fuggire denota che questo Paese oggi non sia in grado di ascoltare i bisogni dei suoi cittadini e fare qualcosa per loro. Come dicevo prima però, la società civile si sta muovendo per realizzare iniziative per i giovani e le donne. Credo che il Paese sia diviso tra chi vuole conformarsi agli standard più occidentali ed entrare in Ue, e chi invece vorrebbe solo che il Kosovo offrisse un lavoro e le condizioni per una vita dignitosa, senza un concreto interesse ad entrare in Ue. Sembra che questo Paese si dimentichi di formare e informare i suoi cittadini circa i progressi, i progetti che tendono a questa integrazione europea.

La città di Peja e l’area della Val Rugova sono affascinanti, anche il Festival Anibar è una genialata, è una sfida nei confronti di una cultura ancora molto chiusa e paternalistica. Una manifestazione così innovativa e provocatoria, soprattutto quest’anno che il tema riguardava la parità di genere nel cinema e nell’animazione, ha dato la possibilità alla città di mostrare la sua poliedricità: da un lato esprime la sua voglia di cambiamento e modernizzazione, dall’altro la voglia di ospitalità.

Domanda finale di rito, in futuro ti piacerebbe lavorare nella cooperazione internazionale?

Direi che la risposta è affermativa, non so ancora come, dove o in che ruolo, ma credo di essere nata per fare questo. Credo che il percorso che ho affrontato mi abbia preparata ad un lavoro di questo tipo, di carattere internazionale. Talete è stata una porta che mi ha permesso di realizzare quanto stessi cercando proprio questo da tanto tempo. Fin da piccola il mio desiderio è stato quello di fare qualcosa che toccasse più vite possibili, ma ho avuto l’impressione che il servizio sociale fosse un po’ più confinato e circoscritto. Con la cooperazione internazionale, invece, credo si possa davvero fare la differenza per un popolo, una città, un Paese. Non vedo l’ora di applicare ciò che ho imparato fino ad oggi, e spero che questa esperienza in Kosovo sia un trampolino di lancio. Le dinamiche interconnesse tra un luogo e l’altro del mondo, hanno reso indispensabile imparare a muoversi e capire come approcciarsi a figure e istituzioni che lavorano in contesti internazionali.