LICEO DA VINCI E ATB: VIAGGIO IN BOSNIA ED ERZEGOVINA

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Il giorno 24 marzo si è concluso il viaggio di istruzione delle classi IVL e IVG del Liceo Da Vinci di Trento. Condividiamo l’articolo e le foto di Teresa Morandini che ha accompagnato con ATB i ragazzi durante il loro viaggio attraverso la Bosnia ed Erzegovina.

In una parola, HVALA!

di Teresa Morandini

Durante le ore del ritorno, vedevo già chiaramente formarsi nella mia mente frasi e pensieri sui giorni appena trascorsi in Bosnia ed Erzegovina con il viaggio d’istruzione delle classi IVL e IVG del Liceo Da Vinci di Trento. Riuscivo ad immaginarmi, il lunedì, davanti alla tastiera del mio pc in compagnia di tazza di tè, che avrebbe tentato di sostituire il bosanska kahva, il caffè bosniaco che in quei giorni era stata una costante. Eppure, di fronte alla pagina bianca, il temuto blocco dello scrittore faceva la sua comparsa. Tendando di abbozzare qualche riflessione sensata, ho dovuto rinunciare: come riuscire a riassumere in poche righe i cinque giorni trascorsi fra Mostar e Sarajevo? Ma, soprattutto, come trasmettere – e allo stesso tempo sbrogliare – la matassa di sensazioni via a via creatasi dopo i diversi incontri in terra balcanica?
Ebbene, come sempre, un vero blocco dello scrittore (anche se improvvisato) si supera scrivendo, non è una novità. Dunque, è quello che cercherò di fare, descrivendo a parole le immagini, le percezioni e i profumi della Bosnia.

1° giorno – martedì 20 marzo

Dopo aver viaggiato tutta la notte abbiamo raggiunto la nostra prima meta. Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, prende il suo nome dal Stari Most, ossia il ponte vecchio divenuto uno dei simboli della ricostruzione postbellica della cittadina. Infatti il ponte, che unisce le due sponde del fiume Narenta, nel novembre del 1993 viene distrutto da una serie bombardamenti, in seguito alla ristrutturazione è riaperto al passaggio solo nel 2004. Giunti in città, la nostra guida Alma sceglie sapientemente i punti salienti da visitare, alternando nozioni di storia e architettura ai personali ricordi di una Mostar prima e dopo la caduta della Jugoslavia.
Abbiamo dunque iniziato risalendo la “vecchia linea di fuoco”, il bulevard che divideva in due fronti la città, lungo i quali croati e musulmani si fronteggiavano violentemente durante tutti i tre anni del conflitto. La caratteristica che più risalta del Bulevard Narodne Revolucije, il “Viale della rivoluzione nazionale”, è l’alternanza di edifici moderni, storici e di costruzioni che portano ancora oggi i segni degli scontri: l’intonaco delle case distrutto dai colpi di mortaio è qualcosa che scuote chi, per la prima volta, visita luoghi colpiti da guerre più o meno lontane. A est i musulmani, a ovest i croati.  Insito nel concetto di “linea rossa” vi è il senso di divisione della città e della popolazione che però è messo da parte almeno in uno dei cimiteri rimasti “misti” anche durante l’imperversare della belligeranza. Lì, tutte insieme, si vedono croci, mezzelune e qualche stella di David. Un fatto del tutto normale per Mostar prima del ’92, dove si celebravano il più alto numero di matrimoni misti fra serbo- croati e bosniaci musulmani di tutta la Bosnia. Queste percentuali oggi stanno lentamente risollevandosi, anche se la convivenza fra le comunità si è trasformata in separazione. Di fatto, il sistema educativo è pensato secondo due programmi scolastici, uno per i croati e uno per i musulmani, perpetrando così la suddivisione sin dalle elementari e via via fino all’Università. L’obiettivo principale dell’Agenzia della democrazia locale (LDA) è proprio cercare di superare questa concezione attraverso la formazione di giovani, i più penalizzati dalla situazione, lavorando assieme alle autorità locali, alle ONG e alla società civile. L’impegno quotidiano dell’LDA cerca di ripristinare una “comunità comune”, unendo le due anime di Mostar. “Democracy is everywhere and nowhere here in Mostar” dice la referente LDA, a tutt’oggi impegnata nello sviluppo della piattaforma Art- Dialogue- Architecture, finalizzata al dialogo fra giovani mostaresi della parte vecchia e di quella nuova della città.
Per le vie di pietra bianca del centro antico di Mostar ci si potrebbe perdere ma il nostro ultimo appuntamento ci attende. Dopo così tante emozioni, nulla di più rigenerante fa al caso nostro come un caffè alla bosniaca. Incontriamo il giovane gestore del “Café de Alma” che ci spiega le differenze fra i vari tipi di caffè e, nel farlo, non può che trasmetterci la sua voglia di tramandare l’antica tradizione del rito del caffè. Proprio così, un rito. Infatti in Bosnia, come in tutta la zona balcanica e turca, l’espresso esiste ma non è raccomandato perché “il caffè è la tua storia, un tuo momento e può durare anche ore; sei tu a deciderne il tempo e le quantità. Non è qualcosa di veloce e marginale”.

2° giorno – mercoledì 21 marzo

A tre ore da Mostar, nel bel mezzo di una valle circondata dalle montagne, si apre la capitale della Bosnia ed Erzegovina, Sarajevo. Il soprannome “Gerusalemme d’Europa” deriva dalla co-presenza in città delle tre confessioni monoteiste: islam, ebraismo e cristianesimo cattolico e serbo-ortodosso. Per capire a fondo questa sua peculiarità diamo inizio al tour del centro con il supporto di Youth for Peace, associazione di giovani sarajevesi provenienti da diversi gruppi etnici e religiosi, che in passato sono arrivati anche allo scontro.
Questo particolare giro si snoda fra quattro luoghi religiosi di Sarajevo, uno per ogni culto.
Dopo aver allineato negli appositi scaffali le nostre calzature, come da abitudine, entriamo nella Moschea Gazi Husrev-BEG. In questo luogo ascoltiamo le parole dell’imam che, raccontando l’origine dell’edificio, spiega l’intreccio della sua storia con quella della città e del ruolo passato ma anche attuale della religione musulmana. Prima di uscire, un ultimo momento regalatoci, è l’ascolto di un estratto di preghiera dal Corano; uno canto che arriva dritto nel profondo dell’anima, anche se in una lingua a noi sconosciuta; tali parole che non devono essere necessariamente comprese per avere un significato.
Proseguendo poi lungo il viale principale, giungiamo alle porte della Cattedrale del Sacro Cuore, di costruzione recente rispetto al tipo di duomo a cui siamo abituati. Terminata nel 1889, la cattedrale riceve la preghiera secondo il rito cattolico per lo più della popolazione croata di Sarajevo.
La nostra terza tappa, in rappresentanza del culto serbo-ortodosso, è stata affidata alla Vecchia Chiesa Ortodossa degli arcangeli Gabriele e Michele. L’aspetto molto semplice all’esterno non rispecchia la ricchezza iconoclastica che attende l’interno della chiesetta. Rispolverando le fondamentali differenze fra il cristianesimo cattolico e ortodosso, veniamo condotti nel piccolo museo adiacente dove possiamo anche ammirare diverse opere d’arte famose d’ispirazione sacra.
La nostra ultima visita ci porta sulla riva sinistra del fiume Miljacka, che attraversiamo grazie a uno dei nove ponti dislocati in tutta la città, in compagnia di una fitta neve che inizia a scendere nuovamente su tutto il paesaggio. Oggi a Sarajevo la Sinagoga ashkenazita è l’unica funzionante, in quanto Kal Grande – la sinagoga della comunità ebraica sefardita – venne distrutta definitivamente in seguito ad un attacco nazi-fascista nel ’41. Diversamente, la struttura della sinagoga Ascenah che risale al 1902 è riuscita a superare quasi indenne tutti i vari bombardamenti. Purtroppo, dentro il tempio, le magnifiche decorazioni sono coperte dai lavori di ristrutturazione dello stabile e non potendola visitare ulteriormente, il rabbino ci intrattiene con un interessante racconto sull’ebraismo nei Balcani. Terminato l’incontro i fiocchi di neve hanno ormai rivestito tutto; strade, ponti e case si riescono a distinguere solo grazie alle luci soffuse, che timidamente delineano un profilo quasi magico. Nel concludere le attività con i volontari di Youth for Peace, un laboratorio interattivo su pregiudizi e stereotipi ci ha permesso di capirne il funzionamento al fine di prevenire i loro effetti negativi. “Tutti abbiamo pregiudizi, ci permettono di affrontare situazioni nuove; quello che dobbiamo evitare è che questi condizionino negativamente le nostre azioni. Non dobbiamo fermarci alle apparenze, bensì dobbiamo favorire la conoscenza reciproca”. E, in fin dei conti è proprio questo il lavoro di Youth for Peace: imparare dalle differenze, capirle per creare una società pacifica con il supporto di tutti i giovani di Sarajevo, senza distinzioni.

3° giorno – giovedì 22 marzo

Proprio la metà del nostro viaggio corrisponde alle ultime due tappe, forse quelle a più forte impatto emotivo. Prima, la visita al memoriale di Potočari e poi alla cittadina di Srebrenica, nel territorio della Republika Srpska (Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) a poche ore di distanza da Sarajevo.
Alle porte del paesino di montagna noto per il massacro avvenuto nel luglio del 1995, si estende il cimitero monumentale a ricordo della carneficina che uccise più di 8000 persone. Un elenco infinito vedendolo inciso nelle diverse lastre di marmo, disposte a semicerchio. Le vittime del genocidio di Srebrenica ad opera dell’esercito guidato da Ratko Mladić sono quasi tutti bosgnacchi. Lo si deduce perché, sulle collinette tutt’attorno, la distesa delle stele rivela un’incisione del Corano e la tipica mezzaluna. Si riescono a distinguere alcuni inserti verdi, in questa miriade di lapidi bianche: sono le persone sepolte recentemente, quelle di cui si sono riusciti a ritrovare i resti anche a distanza di tanto tempo. Infatti, l’esercito che si è macchiato di questi crimini non solo ha ucciso, ma ha anche scorporato i resti, disseminandoli in tutto il territorio circostante. Questo, ai sopravvissuti, ha reso estremamente difficile l’individuazione e la sepoltura dei propri cari, e ancora oggi operazioni di questo tipo sono in corso. “Finché tutti non troveranno pace, non ci fermeremo” sono le parole del referente del Museo del memoriale di Potočari, lui stesso uno dei superstiti del genocidio. Il suo puntuale resoconto sui fatti di quei giorni dell’estate ’95 viene accompagnato da video, audio e filmati originali che ci mostrano l’apice della brutalità e della cattiveria raggiunti dall’essere umano. Una doccia fredda. Questo senso di disorientamento permane anche durante la visita fra le varie ricostruzioni audio-visive che spiegano approfonditamente gli avvenimenti. Vedere, sentire, immaginare. Come si è arrivati a tanto?

La mia mente viene invasa da tanti “se” e tanti “ma”, che solitamente con la storia non vanno mai d’accordo.

Con ancora tanti dubbi e domande ci incamminiamo alla volta delle “Madri di Srebrenica”, una realtà associativa che nasce in seguito al conflitto bosniaco e che riunisce le donne di Srebrenica. Promuovendo iniziative di sensibilizzazione, le sue associate aprono le porte delle loro abitazioni favorendo momenti di convivialità in compagnia di un vero pranzo bosniaco. Oltre ai tantissimi manicaretti, cucinati con i prodotti da loro stesse coltivati, le madri fanno molto di più. Portano avanti un messaggio importante di speranza e di forza, rappresentando la ripresa ma allo stesso tempo la memoria: “don’t forget”. Ecco una risposta ai miei tanti interrogativi.
Nel pomeriggio raggiungiamo il centro di Srebrenica e, grazie a Dzile, ne ripercorriamo la prosperità che aveva vissuto nel passato. Una cittadina termale conosciuta in tutta la Jugoslavia, con un’economia basata sul turismo, dove gli immobili avevano costi molto elevati. Ovviamente, successivamente al massacro, Srebrenica ha mutato la sua immagine. Le fonti termali sono rimaste, ma non ci sono hotel che possano ospitare i turisti; turisti che non arrivano perché non vi sono infrastrutture. “Un circolo vizioso che si sarebbe potuto spezzare, con l’intervento di un imprenditore disposto ad investire, ma che ha visto bloccato il proprio progetto in seguito di alcuni ripensamenti dell’amministrazione locale. Motivo? L’assunzione di mano d’opera era prevista per tutti. Senza distinzioni etnico-religiose”, ci riferisce Dzile. A riprova di questo si trova, alle pendici della fonte termale, lo scheletro di mattoni rossi e calce grigia. La testimonianza di Dzile non si ferma e continua svelando la sua storia personale. Un racconto toccante, coinvolgente e commovente in ogni singolo episodio. Quello che però ricordo con precisione è la fine della narrazione di Dzile, che si prospetta al futuro. “La vera Bosnia ed Erzegovina è quella unita, dove tutte le sue anime convivono assieme”.

4° giorno – venerdì 23 marzo

Come da programma, il rientro a Sarajevo annuncia l’ultimo ciclo di incontri con i testimoni della guerra e della ricostruzione post-conflitto.

Il generale Divjak ha un modo tutto suo di raccontare le proprie vicende, soprattutto davanti ad un gruppo di giovani. La sua carriera militare è sempre stata accompagnata da un vivo interesse per la psicologia e pedagogia, che ha potuto declinare nell’impegno con la sua associazione Educazione costruisce la Bosnia Erzegovina (OGBH – Obrazovanje Gradi BiH). Al momento del conflitto, le sue origini serbe non gli hanno impedito di schierarsi apertamente con bosniaci, croati e numerosi altri serbi a difesa di Sarajevo e della Bosnia-Erzegovina dalle truppe di aggressione. “La Bosnia, la Croazia e la Serbia devono condividere insieme un libro di storia”, queste le parole del generale che rispecchiano la propensione a ripartire dall’educazione e dall’istruzione. Il futuro è nelle mani delle giovani generazioni che devono riconoscersi in un passato comune. 
Continuiamo dunque con la visita al museo Tunnel della speranza. Qui, la nostra guida Faris, che ci ha accompagnato per quasi tutta la permanenza a Sarajevo, racconta stralci della sua storia che inevitabilmente si intrecciano con gli oltre 1000 giorni di assedio e gli innumerevoli mesi di guerra.
I 20 metri di tunnel oggi rimasti sono quelli vicini alla casa che fungeva da base di partenza (o arrivo, a seconda della prospettiva) del flusso giornaliero di riserve alimentari, medicinali, aiuti umanitari, corrispondenza e persone che cercavano di fuggire dall’isolamento della città. I lavori per la fabbricazione di questo passaggio sono durati veramente poco grazie al coinvolgimento di numerosi volontari bosniaci; il suo tragitto prevedeva un passaggio sotto la zona neutrale dell’aeroporto istituita dall’ONU, permettendo di aggirare il blocco costituito dalle forze dell’esercito serbo-bosniaco. All’interno del museo, fra i filmati originali che mostrano la vita di Sarajevo sotto assedio ci sono immagini che riprendono una signora anziana offrire una tazza di acqua a dei passanti in uscita dal tunnel: scene di vita quotidiana, di una quotidianità mancata. Routine che man mano è stata recuperata nella società sarajevese e più in generale nella Bosnia ed Erzegovina, che è riuscita a ritrovare un suo equilibrio nazionale in un contesto europeo e internazionale.
Oggi, dopo più di vent’anni dall’assedio, il dedalo delle viuzze è tornato ad essere vivace e dinamico, arricchito da un via vai frenetico di turisti e cittadini. Sembra quasi impensabile lo scenario che ci avrebbe atteso anni addietro, nel 1992, con il blocco imposto sulla città. L’immagine attuale di Sarajevo è quella della vibrante Baščaršija ossia il centro storico, del ponte latino, delle “rose rosse”, della storica biblioteca; gli stessi elementi divenuti i protagonisti della caccia al tesoro che ci ha consento di continuare a scoprire le ricchezze della città. L’unico vero modo per salutare Sarajevo.

5° giorno – sabato 24 marzo

Interrottamente la neve è scesa su Sarajevo per quattro giorni. Solo il giorno della partenza, un raggio di sole è riuscito ad aprirsi un varco nel cielo plumbeo, rispecchiandosi sul paesaggio bianco e dimostrando un’altra faccia di una città tutta da scoprire. Già alla prima delle tre frontiere che ci avrebbero riportato a casa, sento la voglia di ritornare. Rivedere la Bosnia in un’altra stagione, magari con il sole, magari a primavera inoltrata. Chissà che colore hanno i fiori e gli alberi lungo la Miljacka.
Intanto ormai stiamo entrando in Slovenia.
Assolutamente devo tornare, ci sono ancora troppi risvolti da conoscere.
Italia.
Ebbene sì, Bosnia è un arrivederci: a rivederci.
Hvala!