PERCORSI IDENTITARI A PRIJEDOR: UN WORKSHOP INTERNAZIONALE.

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Quali identità trasmette un luogo, uno spazio o una città? È possibile tracciare linee e percorsi identitari di una cittadina bosniaca come Prijedor? È possibile in pochi giorni scoprire in modo nuovo e approfondito le tante identità e narrazioni stratificate e a volte contraddittorie che una città possiede?

E’ quello che hanno cercato di fare i 14 partecipanti al workshop internazionale Identities of spaces. Spaces of identities. Before and now organizzato dall’Associazione Trentino con i Balcani in collaborazione con il Prof. Federico Montanari e il ricercatore Luca Frattura dei due centri interdisciplinari dell’Università di Bologna, CUBE e TraMe, il primo dei due centri specializzato in ricerca sugli spazi e i suoi significati, mentre il secondo più sulle tracce e sui traumi collettivi.

Un interessante esperimento condotto direttamente sul campo da giovani tra i 18 e i 35 anni provenienti da Bosnia Erzegovina, Kossovo, Serbia e Italia, molti dei quali studenti universitari ma anche giovani interessati a partecipare ad un’esperienza diversa. Un workshop che ha cercato di mettere al centro la “scoperta” e l’analisi degli spazi urbani di Prijedor attraverso sguardi diversi, a partire da quello di chi per la prima volta arrivava nella cittadina e di chi invece vi è nato e ci abita. Due o forse più sguardi e punti di vista che hanno dialogato grazie ad alcuni strumenti interpretativi e teorici prestati dalla semiologia e soprattutto grazie ad un intenso lavoro di gruppo. Una scoperta del territorio dove, alla fine, tutti, anche i partecipanti del luogo, hanno potuto arricchire e rimettere in discussione il proprio sguardo sulla città abitata e vissuta quotidianamente attraverso nuovi percorsi e riflessioni.

Obbiettivo del workshop era dunque quello di scoprire, attraversando gli spazi della città, le diverse identità e anime della città e costruire una mappa concettuale di questa e delle sue identità.

Il workshop ha cercato quindi di combinare alcuni aspetti teorici della semiologia con un’attività di ricerca empirica svoltasi liberamente nello spazio cittadino. Dopo un’iniziale formazione teorica di semiotica e la condivisione di alcuni strumenti base di analisi, i partecipanti si sono divisi in gruppi misti di ricerca composti da almeno un partecipante per territorio di provenienza. Aspetto che, oltre ad avere una ragione banalmente organizzativa (i non locali non erano in grado di orientarsi, italiani e kossovari non parlano la lingua del posto, ecc.), ha permesso di mettere in pratica una metodologia di osservazione e di raccolta di materiali arricchita dai tanti punti di vista diversi. Ognuno dei tre gruppi in due giorni ha potuto osservare e scoprire la città attraverso tre diverse chiavi di lettura e realizzare una diversa mappa della città. Il primo gruppo ha condotto la ricerca attraverso la dicotomia nuovo/vecchio, il secondo attraverso la dicotomia pubblico/privato mentre il terzo attraverso la dicotomia memoria/oblio. I gruppi hanno quindi osservato il contesto di riferimento raccogliendo immagini, video e brevi interviste audio cercando di creare una mappa della città tutta particolare, fatta di significati e stratificazioni più che di segni e toponomastica. Come suggerito dai formatori Federico Montanari e Luca Frattura, l’elaborazione delle osservazioni e dei materiali raccolti è stata infatti condotta attraverso le cinque categorie che il celebre urbanista Kevin Linch (K. Linch, L’immagine della città, 1960) identificò come le categorie utilizzate dalle persone nel vivere quotidiano nelle città: percorsi, strade, camminate, passaggi, ed altri canali utilizzati dalla gente per spostarsi; margini, confini e limiti ben percepiti come mura, edifici, spiagge; quartieri, sezioni relativamente larghe della città contraddistinte da caratteri specifici e da una propria identità; nodi, punti focali della città, intersezioni tra vie di comunicazione, punti d’incontro; riferimenti, oggetti dello spazio velocemente identificabili, anche a distanza, che funzionano come punto di riferimento ed orientamento.

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I diversi lavori dei gruppi, infatti, hanno permesso di far emergere alcune linee di fondo nell’identità della città di Prijedor: 1. Il gruppo nuovo/vecchio ha infatti potuto rimarcare da una parte la compresenza di elementi di nuovo e vecchio nel raggio di pochi metri, anche inteso come ultramoderno e abbandonato così come un’interessante contraddizione apparente nell’uso del termine di Stari grad (Città vecchia) per un quartiere totalmente ricostruito a partire dal 2000 dopo la brutale pulizia etnica del ’92 quando tutti gli abitanti vennero imprigionati o uccisi e gli edifici dati alle fiamme. 2. La tematica del pubblico/privato, del secondo gruppo, rappresenta un’altra tematica fondamentale nella definizione dell’uso e del significato degli spazi perché solleva nel concreto la questione della cittadinanza e della concezione di pubblico e privato. Le conclusioni del gruppo hanno infatti sottolineato come spesso tra un significato conferito implicitamente dall’uso che viene fatto degli spazi e un significato formale che viene loro attribuito non vi sia sempre un’esatta coincidenza. Dove si trova in fondo il confine tra pubblico e privato non risulta insomma sempre così chiaro né nella definizione del confine spaziale né in quella del confine segnato dall’uso fattone dai cittadini. Per rendere evidente questa dicotomia così forte ma anche così indefinibile, il gruppo ha trovato alcuni esempi illuminanti come l’esistenza di un bel giardino per bambini su un terreno pubblico ma sponsorizzato esplicitamente da una banca o come un altro giardino per bambini, forse su terreno pubblico, allestito da una pizzeria con accesso dalla pizzeria stessa, ovvero non tanto un giardino giochi ma un cortile per bambini in attesa dei genitori al ristorante. 3. Il gruppo memoria/oblio ha invece potuto indagare le diverse tipologie di memorie che la città è in grado di trasmettere: da una parte una forte memoria pubblica istituzionalizzata attraverso pesanti (nella forma e nei materiali) monumenti, tutti d’altronde dedicati soltanto alla memoria dei caduti serbi dove si cerca di dare continuità spaziale tra i monumenti della Seconda Guerra Mondiale e quelli degli anni ’90; dall’altra la memoria orale e individuale che è possibile percepire soltanto conoscendo la storia o ascoltando le testimonianze dei ritornati della città vecchia (Stari Grad). Infine una memoria anch’essa non istituzionalizzata, ma urbanisticamente ben visibile, nella fabbrica di carta e cellulosa Celpak, una vera e propria cittadella in rovina che trasmette con le sue dimensioni mastodontiche la memoria di un simbolo di fierezza del passato, così come emerge dalle parole di uno dei tanti vecchi lavoratori che per un motivo o per l’altro si aggirano ancora tra le sue vie.

Il 30 aprile, ultimo giorno del workshop, i partecipanti hanno organizzato un evento pubblico sulla strada pedonale. I tre gruppi hanno elaborato un’unica mappa grande circa 5×6 metri con due soli riferimenti geografici, il fiume e la ferrovia entro i quali si trova il centro nevralgico di Prijedor. Una mappa della città volta non a rappresentarla “oggettivamente” ma a tracciarne delle possibili nuove e diverse immagini e percorsi concettuali tracciati attraverso le tre diverse chiavi di lettura segnate nei diversi colori. Oltre alla mappa, sono stati proiettati dei brevi video con le interviste raccolte, sono state appese altre mappe con i diversi percorsi dei gruppi e una mappa su cui ogni passante ha potuto interagire segnando con due diversi colori il luogo preferito e il luogo meno amato della propria città.

La modalità interattiva ha permesso di intercettare numerosi passanti che incuriositi hanno potuto così indirettamente contribuire alla riflessione generale fatta sulla stratificazione e sulle percezioni individuali e collettive che la cittadinanza ha del luogo in cui vive.

Un workshop per comprendere, a Prijedor così come in un qualsiasi altro contesto, come il vivere gli uni accanto agli altri non significhi necessariamente convivere, come le stratificazioni esistenti tra diverse narrazioni, immagini e memorie della città sopravvivano nonostante un blocco quasi totale di dialogo e riconoscimento reciproco. Un workshop per comprendere come per leggere ed interpretare la (nostra) realtà abbiamo ancora bisogno dei punti di vista degli altri.

Simone Malavolti