IN KOSOVO TUTTO BENE?

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Docenti Senza Frontire con gli insegnantri della scuola di Shtat Shtatore, quartiere multietnico della città di Peja/Pec.

DSF a Shtat Shtatore.

Pubblichiamo l’articolo scritto da Miriam Rossi (Docenti Senza Frontiere) su portale Unimondo, in seguito al viaggio in Kosovo, grazie al quale un gruppo di 8 insegnanti membri dell’associazione Docenti Senza Frontiere ha partecipato alle attività del Campo Estivo a Peja/Pec, organizzato da ATB in collaborazione con la Cooperativa Arianna di Trento. 

Cogliamo l’occasione per ringraziare DSF e gli insegnanti che hanno partecipato al campo estivo per aver accettato la “sfida” di viaggiare con noi – ATB e Cooperativa Arianna – in Kosovo e per l’entusiasmo che ci hanno trasmesso. Con l’augurio di ritrovarci presto in Kosovo!

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IN KOSOVO TUTTO BENE?

A distanza di anni dagli accordi di Schengen ho dimenticato cosa sono le frontiere di terra, questa è la verità. Accetto quindi con malcelato nervosismo le ore di attesa in coda ai caselli nella direzione del Kosovo, il più particolare degli Stati fuoriusciti dall’implosione della Jugoslavia.

Sono tanti i 1309 Km che separano Trento dalla città kosovara di Pejë, Peć in serbo.

Sono poche le 21 ore di bus, se ci sono da attraversare le frontiere di Slovenia, Croazia, Serbia e Kosovo, ognuna delle quali scrupolosamente salvaguardata da una polizia attenta a concedere il passaggio a singhiozzi ben predisposti. Che sia una delle più significative pratiche per evidenziare il passaggio da uno Stato all’altro è un pensiero che si affaccia presto in mente, quasi in un atto di estrema denuncia a transfrontalieri, turisti e lavoratori emigrati che uno Stato jugoslavo unico non esiste più.

Sono in un viaggio all’insegna della cooperazione internazionale, ed è questa anche la risposta più accorta che va fornita ai poliziotti serbi alla frontiera kosovara che si informano sulle ragioni del passaggio in Kosovo. Una destinazione sinora non dichiarata alle autorità serbe, e altrettanto prudentemente protetta dalla consegna di un documento di identità anziché di un passaporto, timbrabile, all’ingresso nel Paese. Accorgimenti atti a evitare il rischio di un diniego del nuovo passaggio in Serbia al ritorno dall’esperienza in quel territorio popolato da kosovari di lingua albanese proclamatosi indipendente nel febbraio 2008 e a cui il governo di Belgrado non ha ancora dato alcun riconoscimento formale.

Sono appena 108 Stati sui 193 della comunità internazionale che lo hanno fatto, un numero che coglie alleanze e interessi che sembrano aver risuscitato i termini del confronto bipolare della guerra fredda. Da un lato gli Stati Uniti, percepiti dai kosovari come liberatori dal giogo serbo, che continuano ad assicurare l’indipendenza e la stabilità della Repubblica sotto lo scudo delle forze internazionali NATO. Dall’altro lato proprio il governo di Belgrado, affiancato e protetto da una storica amicizia con la Russia, fortificata dal comune credo ortodosso. Nonostante la sanguinosa guerra combattuta con Pristina tra il 1996 e il 1999 sia stata chiusa dall’iniziale creazione di un protettorato internazionale poi trasformatosi in un vero Stato indipendente, Belgrado non rinuncia a parole all’intento di ricomporre la Grande Serbia storica di cui anche il Kosovo ha fatto parte, se non altro per la memorabile battaglia del 1389 contro l’Impero Ottomano sulla “Piana dei merli”, che non a caso in serbo si dice“Kosovo Polje”, espressione che ha dato nome alla regione dove venne combattuta. Questo leggendario scontro, in cui perirono sia il Principe serbo Lazar Hrebeljanović che il Sultano turco Murat I, diede inizio agli oltre quattro secoli di buia dominazione turca nei Balcani e i serbi convertirono il tragico evento nella chiave di volta del proprio orgoglio nazionale e del riscatto. Nondimeno la presenza della sede delPatriarcato della Chiesa ortodossa a Pejë/Peć, in territorio dell’islamico Kosovo, non rende di certo facile l’allentamento di rapporti diplomatici tanto tesi tra Belgrado e Pristina. Una realtà che si è toccata con mano qualche anno fa, nell’ottobre 2010, il giorno dell’insediamento del nuovo patriarca serbo Irinej, accolto da una Peć coperta di bandiere albanesi e cartelli che ritraevano Irinej con la scritta “Criminale di guerra”. Ben più “rocambolesco” è stato poi l’accesso delle autorità serbe al monastero dato il rifiuto accordato al loro passaggio via terra o aerea sul territorio kosovaro fino al monastero di Peć.

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Foto Mostra No Borders, Operazione Colomba.

Ed è proprio a Pejë/Peć che il nostro bus è diretto. Una città di 100 mila abitanti circa situata nel Kosovo occidentale, capoluogo della regione del Dukagjin etradizionalmente, ossia prima della guerra della fine degli anni Novanta, multietnica, con cittadini serbi, albanesi, bosniaci, rom, ashkali ed “egiziani”. Ora i serbi sono praticamente scomparsi, gli albanesi sono pressoché la totalità della popolazione e i bosniaci costituiscono una minoranza “protetta”, ad esempio permettendo l’insegnamento della lingua bosniaca a scuola. I rom, gli ashkali e gli “egiziani” (racchiusi nell’acronimo RAE), sul territorio da tempo immemore, rappresentano le comunità ai margini della società che, in un Paese con una economia debole, una disoccupazione alle stelle e supportata dalle rimesse degli emigranti e dagli aiuti internazionali, equivale all’assenza di beni per il fabbisogno quotidiano, di una casa confortevole e con servizi igienici, di un lavoro che esuli adulti e bambini dall’accattonaggio o dall’assistenzialismo. È sull’ideazione di una comunità unita che si prenda cura di tutte le sue minoranze che il Kosovo sta cercando di puntare, pur con alcune comprensibili contraddizioni relative alla presenza serba sul territorio; una strada questa auspicata anche da quella parte della comunità internazionale, governativa e non, che sostiene le fragili strutture del nuovo Stato. È per questo che anche noi siamo lì.

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Foto Mostr Peja/Pec 1999-2009. Mostra Sguardi in Divenire.

A dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, la presenza della forza militare internazionale KFOR (Kosovo Force) a Pejë/Peć appare discreta, addirittura impercettibile se non fosse per la camionetta mimetica di tanto in tanto parcheggiata davanti al centralissimo hotel Dukagjini. “Si fa fatica a riconoscerlo” dicono i peacekeeper che intervennero sul territorio durante la guerra: allora l’hotel era stato trasformato nel quartier generale delle operazioni NATO nella città e l’intera piazza su cui si affaccia era circondata da un muro invalicabile di filo spinato, attentamente piantonato. Da allora sono passati 15 anni e la Kfor a Pejë/Peć, a guida e a preponderanza italiana ma con unità austriache, moldave e slovene, ha ridotto i propri uomini e si limita a dominare la collina sopra la città dal cosiddetto “Villaggio Italia”, palesando la mancata necessità di un presidio militare in città. Poche sono anche le auto a targa EULEX, la missione UE che dal 2008 è andata a sostituire quella ONU (UNMIK) a coadiuvo delle autorità kosovare nella costruzione dello Stato di diritto del nuovo Paese.

Appare così “normale” la vita a Pejë/Peć.

Foto ATB - Vista Peja/Pec

Foto ATB – Vista Peja/Pec

Per quanto può esserlo vivere in un Paese che negli ultimi anni ha ricostruito tutte le proprie moschee, bruciate durante la guerra.

Per quanto all’assenza di servizi essenziali e di base legati alla sanità o all’amministrazione pubblica si contrapponga la più moderna tecnologia informatica che rende wifi ogni rete pubblica e possessori di uno smartphone anche i più indigenti.

Per quanto i serbi, ora ridotti a una minoranza di poco più di 100mila persone,siano rinchiusi in enclave ben circoscritte, dei quali la metà nella parte settentrionale del Kosovo, nel territorio contiguo al resto della Serbia che arriva fino alla città di Mitrovicë, simbolo di questa separazione che vede a nord del fiume Ibar i serbi, a sud gli albanesi kosovari. Una comunità che sopravvive di fatto solo grazie ai finanziamenti di Belgrado e alla forza di protezione internazionale. Sono però paradossalmente proprio i monasteri serbi-ortodossi a dar mostra dei loro preziosi mosaici, reliquie e dipinti secolari tanto nel Patriarcato di Peć quanto nel monastero di Dečani, annoverato anch’esso come patrimonio dell’Unesco, quasi a evidenziare ancora una volta come la storia della Serbia sia indissolubilmente legata alla regione del Kosovo.

Per quanto si paghino 20 centesimi di euro per un filone di pane, 70 per un burek, la tipica sfoglia ripiena alla carne o al formaggio. Sì perché in Kosovo si paga in euro, adottato unilateralmente da Pristina come moneta corrente nel 2002 quando la Germania passò dal marco (adottato al momento della proclamazione dell’indipendenza da Belgrado) alla moneta unica europea. Un altro elemento che denota il forte impatto e apporto economico di organizzazioni governative e non, aziende e Stati stranieri, in un Paese che non è riuscito ancora esprimere una propria moneta nazionale.

Indubbie le ragioni che hanno indotto la cooperazione decentrata trentina a intervenire con progetti di sviluppo in questa specifica regione del Kosovo. La similitudine geografica è palese: basta alzare lo sguardo dal piccolo rivolo del fiume Lumbhard che attraversa il centro abitato verso le maestose e verdi montagne che si intravedono a ovest, in Val Rugova. La sua valorizzazione in chiave turistica può rappresentare il fiore all’occhiello dell’amministrazione locale non solo per migliorare la debole economia del territorio, ma anche per contribuire a diffondere nella comunità una cultura di pace che alimenta a sua volta il turismo e i suoi proventi. Un esempio in tal senso viene proprio dal Trentino-Alto Adige, la cui conflittualità fu depotenziata durante e dopo l’elaborazione del noto secondo Pacchetto per l’Autonomia negli anni Settanta anche grazie alla condivisa necessità di una pace per favorire le entrate del turismo.

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Vista dalla val Rugova. Foto SAT.

Una pace di questo genere appare possibile in Kosovo a soli 15 anni dalla fine di un conflitto fatto di episodi di pulizia etnica, stupri, torture e abomini di ogni genere? Se pochissimi anni fa tra l’altro la presenza ingombrante dei reduci di guerra rendeva difficile l’avvio di qualsiasi forma di dialogo e di superamento degli schemi di confronto con il “nemico”, oggi continuano comunque ad avvertirsi sentori di una situazione che ancora stabile non è. L’opzione di una trasformazione dello Stato in una regione autonoma dell’Albania non viene neanche pronunciata per i timori di un assorbimento e di un diniego di quell’autodeterminazione ottenuta. Tantomeno la possibilità di un ritorno sotto il controllo della Serbia appare reale, e non solo per una scelta di politica interna. La condizione di un Paese che ancora ospita sul proprio territorio milizie di eserciti stranieri, seppur “amici”, che si affiancano alla presenza di ong, interventi governativi di cooperazione, investimenti di aziende straniere, nonché l’assenza di una propria moneta nazionale e la posizione di Stato non pienamente riconosciuto dall’intera comunità internazionale (diversamente dagli altri fuoriusciti dall’implosione della Jugoslavia) non possono che rendere ancora più difficili questi primi incerti passi del Kosovo indipendente.

Miriam Rossi