MOSTAR, SARAJEVO E SREBRENICA 2015, SECONDA PARTE

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La seconda parte del diario di viaggio degli studenti del Liceo Musicale e Coreutico di Trento

UNA VIA DI USCITA

Mercoledì 15/04 Sarajevo

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La sopravvivenza di Sarajevo, e inevitabilmente di tutta la Bosnia Erzegovina, fu costruita in quattro mesi e quattro giorni: una galleria lunga 800 metri, che rappresentava l’unico sbocco oltre le forze serbo-bosniache che tenevano sotto assedio Sarajevo, l’unica via attraverso la quale si potevano portare cibo, rifornimenti militari e medicine all’interno della città messa a ferro e fuoco e condurre in salvo i feriti al di fuori di essa.
Davanti all’entrata del Tunnel della Salvezza non ho potuto fare a meno di provare un forte bisogno di stare in silenzio, di rimandare a più tardi le fotografie, di riflettere per qualche minuto sul luogo di fronte al quale mi trovavo. Sarà stata la brezza gelida che ne usciva, saranno state le “rose di Sarajevo” poco lontano, a perenne dimostrazione che comunque li delle persone hanno perso la vita. O più probabilmente le immagini degli uomini chini nella penombra, le ginocchia immerse nell’acqua ristagnante che gocciolava ininterrottamente dal basso soffitto, gravati dal peso di grossi zaini o intenti a spingere carrelli colmi di rifornimenti, o a trasportare con insopportabile lentezza le barelle dei feriti, mentre risuonavano in lontananza i bombardamenti sulla città assediata.
Guardando il buco oscuro che minacciava di ingoiarmi nel buoi del sotterraneo, trovo incredibile che sia stato attraversato più di 3,5 milioni di volte. Come topi che strisciano nelle loro tane per proteggersi dalle grinfie dei gatti, quegli uomini coraggiosi e disperati, hanno rappresentato la principale speranza per i cittadini della Sarajevo assediata.
Anna

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Un luogo soffocante proprio quanto lo era la guerra, ma che a differenza di quest’ultima ha rappresentato una via di salvezza.
Vittoria

SREBRENICA

Giovedì 16 aprile

Una distesa di cippi bianchi su un prato verde, disposti in file parallele dalle quali lo sguardo fatica a distogliersi. Nel memoriale di Potocari sono ricordate le 8372 vittime del genocidio avvenuto a Srebrenica nel luglio del 1995.
Grazie all’incontro con un sopravvissuto abbiamo potuto comprendere un altro capitolo della terribile guerra civile di Bosnia. L’infinità di tombe ci ha dato una sensazione di disorientamento per la presenza di così tante vittime e per il fatto che fossero tutti maschi. Abbiamo osservato anche l’imponente monumento con i nomi ed i cognomi e visitato l’ex quartier generale dei caschi blu dell’ONU.

E’ possibile immaginare che il genocidio abbia coinvolto anche ragazzi di appena 12 o 13 anni? Per rendere omaggio alla memoria delle vittime, abbiamo letto ad alta voce alcuni nomi. Una giornata interessante ma molto dolorosa. E’ importante avere la possibilità di conoscere la storia e di ricordare, per non cadere negli stessi tragici errori.

Alice e Costanza

 

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LE MADRI DI SREBRENICA

Dopo aver visitato il memoriale di Potocari siamo stati ospiti delle Madri di Srebrenica rimaste sole dopo la guerra. Queste donne ci hanno ospitato all’interno della loro casa e ci hanno fatto trovare la tavola imbandita di piatti deliziosi.
Grazie a loro abbiamo vissuto la vera ospitalità: essere e sentirsi ospiti, sentirsi ‘a casa’ in casa di altri, come se si fosse nella propria famiglia. Siamo stati travolti dalla gentilezza e dalla serenità con la quale ci hanno servito.
Con la più signora più anziana abbiamo avuto modo di parlare in tedesco, perché è stata profuga in Germania a causa della guerra e ci ha detto che dopo quello che ha vissuto non è semplice vivere da sola ma che è una grande gioia per loro poter condividere con dei giovani quel poco che hanno, ottenuto grazie al loro lavoro nei campi.
Torneremo a casa con il ricordo di queste donne che, nonostante tutto il male che hanno subito, hanno ancora la forza di credere nel bene.
Maddalena e Lisa

DJILE

SAMSUNG CAMERA PICTURESArrivati a Srebrenica siamo stati accolti da Djile, che ha provato sulla sua pelle la crudeltà di questa guerra. Braccato dall’esercito serbo-bosniaco, è riuscito a sopravvivere per 2 mesi ad una vita estrema fatta di giorni e notti nascosto nel bosco, con il terrore di essere trovato ed ucciso. Un esempio che ci ha commosso di forza, tenacia e coraggio. Proviamo una forte ammirazione nei suoi confronti. E non solo per questo ma per la sua capacità di perdonare e di abbandonare il desiderio di vendetta. Confrontando le nostre sensazioni con quelle dei compagni è sorto in noi un grande senso di stima nei confronti di Djile, perchè nonostante tutto quello che ha vissuto è riuscito a costruirsi una famiglia e ha deciso di tornare a vivere a Srebrenica dopo un periodo faticoso di ripresa in Svizzera, ed è oggi impegnato per i progetti di ripresa economica e culturale della sua città. Ci ha invitati a partecipare alla Marcia internazionale della pace che ogni hanno si tiene in luglio a Srebrenica.

Attraverso questo incontro ci è stata data l’opportunità di conoscere le difficili condizioni di vita all’interno della guerra.

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Alessandro e Sara