UNA QUESTIONE DI DIRITTI UMANI

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mhdi Novella Benedetti, Vita Trentina 22/12/2015

Solo negli ultimi anni si sta facendo strada un altro modo di intendere la malattia mentale e la psichiatria.
In Serbia i grandi istituti manicomiali sono ancora una realtà tangibile. Un altro modo di intendere la malattia mentale e la psichiatria sta nascendo solo in questi ultimi anni, grazie a una legge approvata nel 2013 dal Parlamento. Questa legge per la prima volta ha creato la cornice giuridica affinché i territori possano dotarsi di Centri di Salute Mentale. Non si tratta di una legge obbligatoria e vincolante, ma rappresenta comunque un primo passo. Qualche mese dopo, è stato approvato anche il regolamento attuativo.

La dottoressa Suzana Perović, direttrice del Consultorio per la Salute Mentale di Kragujevac, è stata la prima a cogliere al volo quest’occasione. Grazie alla Caritas è venuta in Trentino per esplorare nuovi modo di lavorare con la malattia mentale. È entrata in contatto con l’Associazione Trentino con i Balcani, che ha deciso di sostenerla nella creazione di una psichiatria di comunità a Kragujevac. Un progetto importante, perché è il primo partito direttamente da una psichiatra serba. Grazie alla determinazione sua e dell’équipe che la circonda, la dottoressa Perović è riuscita a portare innovazione.
Ha introdotto le visite a domicilio, qualcosa di impensato fino a pochi anni fa. Include i familiari nella gestione della malattia. E oltre a ciò, organizza momenti di incontro tra i pazienti, che si aiutano così l’un l’altro.

E’ poi nata da pochissimo tempo anche l’associazione di utenti e famigliari “LUNA”, uno dei pilastri in questo tipo di psichiatria. L’innovazione è tale che lo stesso Parlamento serbo guarda oggi con interesse all’esperimento di Kragujevac.

Un esperimento, in effetti: perché per ora la normalità è ben altro. Cosa aspetta in Serbia una persona con grandi difficoltà e pochi mezzi a disposizione? Ogni caso è un mondo a sé; il primo passo è comunque la diagnosi. La persona smette di essere tale per trasformarsi in paziente. Si tratta di una differenza significativa: vuol dire essere definiti in base alla malattia: la persona “è” quella malattia, non ne è solo affetta. Deve quindi entrare nella struttura sanitaria e le viene assegnato una sorta di amministratore, che decide per lei in tutto e per tutto. Diventa un essere umano inutile a se stesso e alla società nella quale è inserito. Non è libero di vivere la sua vita. In un primo momento di gestione di  una crisi acuta questa procedura ha delle valide motivazioni, è funzionale all’aiuto del paziente. La malattia mentale però attraversa varie fasi che andrebbero monitorate. Quando il paziente migliora, dovrebbe essere dimesso o avere la possibilità di riprendere in mano la sua vita. Purtroppo questo si verifica raramente. E così, una volta entrate nella struttura manicomiale, le persone ci restano. I motivi sono vari: lo stigma pesa ancora molto; oltre a questo, gli ospedali psichiatrici percepiscono finanziamenti in base al numero di pazienti accolti. Se un paziente viene dimesso, chi lo accoglieva riceverà meno finanziamenti e quindi meno risorse per mantenere la struttura e i suoi operatori. Si arriva al paradosso: il personale, che dovrebbe fare gli interessi del paziente, deve affrontare la necessità di assicurarsi uno stipendio!

Questo il quadro generale nella gestione della malattia mentale in Serbia. Una situazione in cui le persone perdono i loro diritti di esseri umani. Una volta realizzata la diagnosi, si può rischiare di essere dimenticati, diventando invisibili. Questo soprattutto se si viene accolti nei grandi ospedali pubblici delle zone periferiche.

All’indomani del 10 dicembre – la Giornata mondiale per i diritti umani istituita nel 1950 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite – e alla vigilia degli incontri per l’adesione della Serbia all’Unione europea, diventa più che mai un imperativo affrontare la questione della salute mentale proprio in termini di diritti umani.

Oltre la psichiatria tradizionale
Psichiatria e malattia mentale in Serbia: prime esperienze di psichiatria di comunità.
17/12/2015 di Novella Benedetti
Se la dottoressa Perović, insieme all’associazione Trentino Balcani, sta implementando per la prima volta un progetto di psichiatria comunitaria partito dal basso, è da riconoscere che ci sono anche altre realtà interessanti che si stanno muovendo. E’ il caso dell’Ospedale Speciale “Laza Lazarevic” di Belgrado, che ha avviato attività innovative per la Serbia: giornate informative sulla malattia mentale, lavoro di prevenzione e laboratori per l’acquisizione di competenze negli utenti.op 2
In questa grande struttura la degenza media è di 33 giorni. Qui lavora, tra gli altri, il dottor Djuric: uno tra i primi in Serbia ad affermare che, se deve esserci una sospensione della capacità di agire da parte del paziente (con la conseguente delega all’amministratore), questa deve essere temporanea.

Merita di essere segnalata anche la circostanza dell’arrivo dei primi pazienti dalla Siria: una nuova sfida che al “Laza Lazarevic” si trovano a dover affrontare. Non esistendo ancora una cornice legale entro la quale agire, si fa di necessità virtù. Se i serbi si danno da fare, anche l’Unione europea non è immobile: in questo senso segnaliamo due progetti pilota di psichiatria di comunità promossi dall’Unione europea, due strutture inaugurate recentemente a Novi Kneževac e Vršac.

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